Ettore Arceci – 18 agosto 2017
Questo 2017 ha scosso profondamente il cuore di questa Comunità per le diverse, le troppe tragedie che le sono accadute: oggi il dramma di Ettore. Nessun momento attraversa la nostra vita senza lasciare un suo segno, senza porci una domanda, senza obbligarci ad un qualche esame di coscienza.
Ci sono momenti pesanti e ci sono momenti gioiosi, ma gli uni e gli altri “cementificano” un paese, rendendolo più unito, più partecipe, più forte. Noi viviamo insieme come le piante di un bosco, dei boschi di quelle montagne che tu Ettore amavi tanto. Quando si vive insieme l’aria è più pura e il cielo più azzurro! Quando si vive insieme anche se è freddo, c’è ancora spazio per sognare!
Carissima famiglia voi siete una pianta del nostro grande bosco. Se il nostro cuore ha tremato, il vostro certamente ha rischiato molto di più. Noi ci stringiamo attorno a voi perché il freddo sia meno freddo e perché la ferita non abbia il potere di togliervi il senso della vita. La nostra presenza sia il segno di una riconoscenza che tutti vi dobbiamo.
Abbiamo iniziato questa celebrazione con il Cantico dei Cantici: lo sposo cerca la sposa saltando per i monti… Immagine suggestiva che richiama il valore della famiglia e ci riporta ad Ettore e Cristina.
Caratteri diversi, ma profondamente uniti. L’uno essenziale all’altro dentro schemi su cui credo sia necessario riflettere per arricchirci anche noi.
Eccolo, egli sta dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra, spia dalle inferriate. (2,9)
Questa immagine dolce, tipica di due innamorati, non è svanita, non è un ricordo di un tempo, perché l’amore non è un semplice sentimento evanescente come una nuvola. L’amore è oltre l’affetto, esso è una realtà spirituale. L’amore è eterno, l’amore è più forte della morte: “perché forte come la morte è l’amore”. Auguro a te Cristina e a voi Silvia e Marta di avere la consapevolezza che il babbo è sempre con voi: “dietro il vostro muro, guarda dalla finestra, spia dalle inferiate”.
Ma chi era Ettore! Ogni persona viene a questo mondo in virtù di una PAROLA di Dio: “Dio disse e l’uomo fu”. Possiamo domandarci che PAROLA, che IDEA, che PROGETTO, che MESSAGGIO ci ha dato il Signore nel creare ETTORE! Quella parola per noi è importante, quella parola è un po’ anche la nostra!
Qualche tempo fa Ettore mi raccontava del suo amore, della sua passione e del senso di libertà che gli regalava la montagna. Del suo bisogno di ammirare i luoghi più impensati e più impegnativi. Ad un certo punto mi disse: “Prima o poi precipiterò da qualche parte e mi troveranno in qualche burrone…”. È ciò che stiamo vivendo oggi.
Nel brano di Vangelo che abbiamo appena letto si parla di un uomo Giuseppe d’Arimatea. Di lui il Vangelo non aveva mai parlato. Aveva parlato degli Apostoli, dei discepoli, di tanti altri, ma di Giuseppe mai! Eppure Giuseppe è colui che “con coraggio”, come scrive Giovanni, andò a chiedere il corpo di Gesù a Pilato. Non andarono gli Apostoli, né altri, ma lui. Per questo il Vangelo lo definisce: “persona buona e giusta”.
Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto.
Giuseppe esce come dal nulla, lui non fa parte dei discepoli, eppure anche lui è stato creato da Dio, e anche per lui Dio ha segnato una strada. Ognuno ha una sua strada, spesso diversa, ma sempre segnata e voluta da Dio. Ma qual’era la strada di Ettore?
Oggi si direbbe di lui, come di Giuseppe d’Arimatea, che non era un “praticante”. Che brutta parola! E’ una parola “sociologica” non certamente “teologica”. Ognuno di noi, come un campo di girasoli tende verso il sole: non importa il quando, non importa il come. Di una strada ognuno di noi ne ha bisogno, diversamente per che cosa cammina?
E per te, Ettore, qual’era la tua? Io non lo so e forse nemmeno tu ne eri pienamente consapevole! Ma qualche indizio mi sembra che ce l’hai dato!
Ettore mi viene da domandarti: “Ma perché avevi bisogno di osare tanto! Perché avevi bisogno di tanto silenzio, di luoghi di infinita bellezza? Perché tante volte rimanevi riservato e qualche volta taciturno?
Io non so perché, ma la bellezza, la solitudine non erano per te un’evasione, ma un’esigenza. L’esigenza di una bellezza interiore, di una purezza intima, di qualche traccia divina che l’uomo spesso non riesce ad delineare. Tu cercavi una tua coerenza, una precisione che evidenziavi anche nel tuo lavoro!
Non ti accontentavi di dare un servizio, ma sapevi metterti a servizio…
Era quella la strada che il Signore aveva tracciato in te e di cui tu avevi profonda nostalgia! Come Giuseppe d’Arimatea non ti si vedeva presente in tanti momenti della comunità, ma quando il tuo aiuto era determinante per gli altri, su di te si poteva sempre contare.
Tu facevi fatica ad identificarti nei diversi dogmi, ma cercavi – consciamente o inconsciamente poco importa – la purezza e la maestà di Dio fra le montagne, là dove il Cielo si tocca con mano, là dove l’uomo è più libero e meno attratto dalla “materialità.. Sappiamo che la vita ha bisogno dell’una e dell’altra strada, ma a te è toccato di cercare, nelle tue lunghe e solitarie camminate, il senso di quel mistero che avvolge la natura e di cui non potrai mai considerarti straniero.
Tu, come Giuseppe d’Arimatea, ti sei fatto carico di un altro, ora sei diventato l’immagine stessa del Cristo deposto dalla croce. Anche tu hai scritto così la tua pagina di Vangelo.
Noi preghiamo che tu possa aver scoperto il mistero che ha attraversato tutta la tua vita. Prega anche tu per noi, perché il nostro cammino non è molto più facile. Ricordarti di noi spesso così incapaci di volare alto o di osare, anzi di osare fortemente quella parola che il Creatore ha scritto dentro ciascuno di noi.
Riposa in pace… Amen.
Montecchio 18 agosto 2017, ore 15 don Orlando